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Lunedì, Luglio 24, 2017
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La scienza dimostra che il pensiero animale è più simile a quello dell'uomo di quello che si pensa.

Santino era un misantropo con il vizio di tirare sassi ai turisti. Via via che la sua fama di personaggio poco socievole si diffondeva, era costretto a escogitare modi sempre più ingegnosi per tendere un'imboscata alle sue vittime. Santino imparò a mettere i suoi sassi appena fuori dalla vista fingendo di trovarsi lì per caso per sviare i sospetti. Appena i passanti, ingannati, si convincevano che non avesse cattive intenzioni, afferrava i proiettili nascosti e si lanciava all'attacco.

Santino dimostrava quindi una notevole capacità di imparare dalle esperienze passate e di pianificare per il futuro. Tutto questo è stato a lungo ritenuto un segno distintivo dell'intelligenza umana. Ma un articolo pubblicato di recente dallo psicologo Thomas Zentall, dell'Università del Kentucky, sostiene che le cose non stanno esattamente così.

Santino, vedete, non è umano. E' uno scimpanzé dello zoo di Furuvik, in Svezia. Le sue furbizie nel lancio di pietre ne hanno fatto una celebrità mondiale, attirando l'attenzione dei ricercatori che studiano in che modo gli animali - come gli esseri umani - potrebbero essere in grado di pianificare il loro comportamento.

Santino è uno dei pochi animali che, secondo gli scienziati, dimostrano di possedere una complessa capacità cognitiva chiamata memoria episodica, vlae a dire la capacità di ricordare eventi passati che si ha la sensazione di aver vissuto personalmente. A differenza della memoria semantica, che riguarda il ricordo di fatti semplici come “le punture delle api fanno male”, la memoria episodica comporta mettersi al centro del ricordo; per esempio, ricordare quella volta che avete colpito un'ape con un giornale arrotolato e quella, irritata, vi ha punto la mano.

Se un animale, grazie alla memoria episodica, può immaginare se stesso mentre in passato interagiva con il mondo - come Santino quando ricorda di non essere riuscito a colpire un uomo che l'aveva visto con una pietra in mano - è ovvio che potrebbe anche essere in grado di immaginare se stesso nel futuro in uno scenario simile, e pianificare di conseguenza il proprio comportamento. Santino potrebbe scegliere di nascondere le sue pietre, e voi di non irritare le api.

La capacità di rappresentare se stessi e le proprie azioni con l'occhio della mente - sia nel passato che nel futuro - è quello che gli scienziati chiamano viaggio mentale nel tempo.

Il viaggio mentale nel tempo è un'arma fondamentale dell'arsenale dell'intelligenza umana. Se funziona bene, siamo in grado di elaborare e realizzare strategie di caccia complesse che ci permettono di dirigere una mandria di mammut in un canyon per ucciderli più facilmente, un trucco in cui eccellevano i nostri antenati del tardo Pleistocene. Se funziona ancora meglio, siamo in grado di impegnarci per anni a ideare e realizzare un progetto per inviare astronauti nello spazio e farli atterrare sani e salvi sulla Luna. Ma se si scopre che anche altre specie potrebbero avere un sia pur minimo accenno di questa abilità, sorge il problema di quanto potremmo aver sottovaluto la loro capacità di capire e interagire con il mondo.

Zentall sostiene che il viaggio mentale nel tempo basato sulla memoria episodica è stato osservato in un certo numero di specie, tra cui i primati non umani come Santino, i delfini, le ghiandaie, i ratti e i piccioni. Le ghiandaie, in particolare, sembrano capaci di pianificare il comportamento di occultamento delle riserve di cibo. In condizioni sperimentali, hanno imparato a nascondere il cibo in posti in cui sapevano che avrebbero avuto fame il giorno dopo, in modo da assicurarsi che di avere sempre accesso in futuro al loro cibo preferito.

Esiste però una tradizionale opposizione all'idea che gli animali siano capaci di viaggiare mentalmente nel tempo. Lo psicologo Thomas Suddendorf, dell'Università del Queensland, sostiene che, nonostante "i tentativi ingegnosi per dimostrare la memoria episodica o la simulazione del futuro negli animali non umani, ci sono pochi segni che gli animali agiscano con la flessibile lungimiranza così caratteristica degli esseri umani”. Anche se animali come le ghiandaie possono essere capaci di adattare il proprio comportamento in modo da migliorare la disponibilità del cibo, non mostrano un'analoga flessibilità al di fuori di questo ambito ristretto. A differenza delle ghiandaie, “gli esseri umani - afferma Suddendorf – sono in grado di simulare virtualmente ogni evento,  e valutarlo in termini di probabilità e desiderabilità”.

Di recente, però, Zentall, ha trovato un importante alleato in Michael Corballis, psicologo dell'Università di Auckland, che prima sosteneva, come Suddendorf, che la memoria episodica sarebbe stata una prerogativa degli esseri umani. Nel 1997 furono proprio Suddendorf e Corballis ha coniare, insieme, l'espressione “viaggio mentale nel tempo” e a definire una serie di criteri che potrebbero dimostrarne l'esistenza negli animali.

A quattro anni, i piccoli dell'uomo soddisfano questi criteri mostrando la capacità di scegliere la chiave giusta per aprire una scatola mai vista prima sulla sola base dell'esperienza passata con scatole e chiavi simili. Gli animali in genere sono in grado di elaborare una soluzione simile solo dopo l'esposizione ripetuta agli stessi materiali e nello stesso ambiente, il che significa che potrebbero trovare la soluzione al problema attraverso l'apprendimento associativo e non con un viaggio mentale nel tempo.

All'inizio di quest'anno, Corballis ha però rivelato che una nuova prova l'ha costretto a cambiare idea sulla possibilità che gli animali soddisfacessero i criteri del viaggio mentale nel tempo. La prova che gli ha fatto cambiare idea non arriva dall'osservazione del comportamento degli animali, ma dalla misura dei loro cervelli. “Il viaggio mentale nel tempo ha basi neurofisiologiche che risalgono molto indietro nell'evoluzione, e non può essere - come hanno sostenuto alcuni, me compreso  - una caratteristica esclusiva degli esseri umani", scrive Corballis.

Secondo una recente ricerca, infatti, l'attività cerebrale dei ratti suggerisce che sarebbero in grado di immaginare le soluzioni dei problemi con l'occhio della mente: per la precisione, un "occhio" situato nell'ippocampo. Dopo aver fatto correre i topi in una serie di labirinti durante il giorno, i ricercatori ne hanno misurato l'attività neuronale mentre dormivano, concentrandosi sull'ippocampo, la parte del cervello in cui era stata memorizzata la mappa mentale del labirinto. E' così emerso che durante il sonno i topi non solo ripetevano le esperienze vissute nel labirinto, ma ripensavano anche a quelle parti del labirinto che avevano solo progettato di percorrere, senza poi farlo. Per Corballis, questa è la prova neurologica che è all'opera un viaggio mentale nel tempo.

Anche alcune osservazioni comportamentali sembrano una prova convincente del viaggio mentale nel tempo negli animali, a prescindere dall'attività cerebrale sottostante. In un esperimento, alcuni bonobo e oranghi sono stati abituati a usare strumenti per recuperare ricompense alimentari, per esempio una bottiglia di succo di frutta appesa a una corda, raggiungibile solo con un gancio. Sapendo che probabilmente avrebbero dovuto affrontare una situazione simile il giorno successivo, quando si spostavano nella loro zona-notte, gli animali prendevano con sé lo strumento appropriato per recuperare la loro ricompensa la mattina dopo.

Queste competenze non sembrano così lontane da quelle usate dai primi esseri umani per pianificare la caccia ai mammut del giorno successivo. Ma perché, allora, non vediamo molti altri esempi di animali impegnati in comportamenti che dimostrano inequivocabilmente la possibilità di un viaggio mentale nel tempo?

Nell'intelletto umano e nella capacità di cacciare con successo i mammut e atterrare sulla Luna c'è naturalmente di più della sola memoria episodica, e questi altri talenti intellettuali - non ultimo la capacità di comunicare pensieri e progetti attraverso il linguaggio - appaiono assenti negli animali non umani. C'è anche la questione di come potrebbe essere coinvolta la complessa comprensione della mente propria e altrui. Il viaggio mentale nel tempo probabilmente richiede una forma di coscienza o di conoscenza di sé che permette agli animali di porre se stessi al centro dei ricordi e dei progetti per il futuro, e gran parte di questo dibattito serve a stabilire se il comportamento o l'attività neurologica osservati negli animali sono la prova di una coscienza al lavoro. La coscienza è la singolarità inconoscibile al centro della scatola nera.

Zentall è fiducioso che la ricerca futura fornirà la prova che gli animali hanno abilità, come il viaggio mentale nel tempo, che superano di gran lunga quelle che noi oggi attribuiamo loro. Ha senz'altroragione. Ma, forzando lentamente il coperchio della scatola nera della menti animale, gli scienziati continueranno a non essere d'accordo su quali forme si vedono emergere dal buio.


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