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Mercoledì, Giugno 16, 2021
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La leggenda del guaritore di Arbatax

Lo terrorizzano molto più di quanto lui terrorizzi loro, ma come sentono il suo nome i medici locali sbiancano, sbandano, dicono di non conoscerlo, manco fosse Frankenstein o Craig Venter, manco avesse decifrato il genoma umano. Eppure Arbatax, provincia dell'Ogliastra, in inverno mille anime che si spostano tra la torre spagnola e una folgorante scenografia naturale, le rocce rosse di Capo Bellavista, non è una megalopoli asiatica. Spettacolare la risposta della dottoressa Marilena Lara che da Cilormo abita a non più di trecento metri di distanza: «Cilormo chi?». Più logica sarebbe quella del dottor Angelo Bovi: «Le va bene se ne parliamo con calma?», se poi la stessa logica non gli consigliasse di spegnere il cellulare. Al di là del comprensibile imbarazzo dei «sapienti locali», esistono le testimonianze dei «guariti».

Girolamo Silverio Calisi, noto Cilormo, nato a Ponza nel giugno del 1914, ex pescatore. Nessuno qui lo immagina santo, ma qui ha fatto felice un po' di gente. Cilormo non ha commercialisti o fatturati in nero, anzi non ha fatturati. Non fa pubblicità ingannevole, è un uomo mite, la sua è una storia senza ombre. Come diceva Gesù posa le mani sui malati, ma non lo fa in nome di Gesù, e neanche del denaro perché non ha mai preteso un centesimo da nessuno. A 93 anni è povero e ormai quasi cieco, da quando ne aveva 13 abita in via Bellavista in una casa color rosa, bassa e stretta, vive con una pensione sociale e qualche «pensiero dei sanati»: buste di caffè, frutta, pesce, olio, zucchero e vino. Una volta un tale si presentò con una capra al guinzaglio, lui disse «Belledda» ma rifiutò. In mare non esce più perché, pur ultranovantenne, per un curioso contrappasso non ha una salute di ferro. Arbatax, le 11. Seduto sul gradino di casa Cilormo aspetta che la donna delle pulizie concluda le sue faccende. «Cos'hai?, macchie, fuochi, punture?». Rosy Brundu, 27 anni, laureanda in Scienze politiche all'università di Cagliari, ha una psoriasi cronica al cuoio capelluto: «Il mio cassetto era così pieno di tacalcitolo, retinoidi e immunosoppressori che l'altro giorno ho buttato tutto». Rosy entra, tre minuti ed è fuori: «Questa è la prima seduta, ce ne saranno altre due. Se ci credo?, non servono atti di fede, Cilormo non è un mago, sono qui perché ha risolto i problemi ad amici di Cagliari. Guardi che da questo "tziu" c'è sempre la fila».

Il primo «sanato ufficiale» è Giuseppe Piras detto Peppineddu, un pastore che i ponzesi (i Cristo, i Calmieri, i Mattera e i Mazzella, gli Aversano, i Romani e i Calise), sbarcati qui negli Anni Trenta per caricare carbone sulle motozattere, convertirono alla pesca. «Peppineddu è il primo essere umano che incontrai. Vedevo la luce di Bellavista, mollai in poppa perché il maestrale ci portava via e il mare strappava “i mestieri”. Peppe aveva otto pecore e due vacche - dice Aniello Aversano, nato nel 1916 - il suo pascolo era a dieci metri dal faro, lui guardava il mare a occhi spalancati ma l'acqua gli faceva spavento, anche alle vacche faceva spavento. Un giorno gli dico: “Bagnati Peppì”, quello tira fuori la pattada e per poco mi scanna». Quando la tracina gli taglia il piede Piras ha 18 anni. Strilla così forte che lo sentono a Baunei. Per farlo smettere Cilormo centra la ferita con uno sputo e lui, guarito, comincia a saltare sulle acciughe. I due riprendono a scaricare scampi, calamari e sarde ma il giorno dopo lo sa tutto il paese, quelli di Arbatax lo dicono a quelli di Tortolì, che lo dicono a quelli di Girasole e Lotzorai. La vita di Cilormo ha già preso un'altra direzione.

La «terapia ufficiale» dura tre giorni. Per 72 ore al «paziente» è fatto divieto di mangiare carne di maiale e bere acquavite. Laura Petrillo, impiegata al ministero della Marina, romana: «In 36 anni ho visto guarire centinaia di persone», Gemma Azuni, di Olzai, consigliere comunale a Roma: «I porri al braccio sono spariti in due ore, dopo un intervento al Bambin Gesù mia figlia Giovanna è al punto di prima». Una mattina, con la colonna deformata dall'artrosi, Emiddio Cristo, 70 anni, pescatore, si sveglia urlando. I cerotti a base di cortisone gli stanno bruciando la pelle: «Vado da Cilormo, lui fissa per un po' il vuoto, poi sputa sulle ustioni. M'ha fatto schifo ma sono guarito». Guglielmo Persico, 52 anni, antiquario, romano: «Una sera al bar mi dicono di questo vecchio, rido e penso che qui la birra va via ch'è una bellezza. Poi vengo a sapere che dal vecchio vanno anche quelli delle basi di Perdasdefogu e Maddalena, americani, tedeschi, olandesi. Dei dermatologi non ne posso più, allora provo. Avevo le mani crepate dalle verruche, manco le cicatrici sono rimaste». Persico rilancia: «Da Cilormo vanno anche medici e mutuati: ustionati gravi e meno gravi, lui mette a posto tutto, calli, eritemi, pestoni, abrasioni e piaghe». Federica Margioni vende culurgiones in via Bellavista: «Tziu Cilormo m'ha guarita dallo scorfano», Loredana Caracolli lavora al bar della Torre: «Avevo il fuoco di Sant'Antonio». Paola De Lucia, 49 anni, romana, dipendente della Camera dei deputati. Cinque anni fa l'herpes Zoster, il fuoco di Sant'Antonio, l'aggredisce nella parte più in ombra, un caso disperato. Prova con impacchi, bendaggi, analgesici, un fallimento: «Avevo le lacrime agli occhi, tre sedute e Cilormo m'ha guarita. Non mi sono mai chiesta nulla. Ma una certezza ce l'ho, non siamo di fronte a una allucinazione collettiva. Qui arrivano anche dal Centro grandi ustionati di Sassari. Perché arrivano?».

Fonte: La Stampa


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