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Lunedì, Agosto 02, 2021
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La batteria di Baghdad:l'uomo conosceva l'energia elettrica già 2000 anni fa

Con il termine Batteria di Baghdad si indica un manufatto creato durante la dinastia dei Parti (150 a.C.–226 d.C.), in Persia, e probabilmente scoperto nel 1936 vicino al villaggio di Khujut Rabu, presso Baghdad, Iraq. L'oggetto divenne noto all'opinione pubblica solo nel 1938, quando Wilhelm König, direttore tedesco del Museo Nazionale dell'Iraq, lo trovò nella collezione dell'ente da lui diretto. Nel 1940, dopo essere ritornato a Berlino, diede alle stampe un libercolo sul quale proponeva la tesi secondo la quale il manufatto in questione poteva essere stato una cella galvanica utilizzata per placcare di oro oggetti in argento.


Il manufatto consiste in una giara in terracotta di circa 13 cm di altezza contenente un cilindro di rame, ottenuto arrotolando un sottile foglio dello stesso materiale, il quale a sua volta conteneva una singola barra in ferro, la quale era isolata dal cilindro tramite un tappo di asfalto.[2] Il cilindro non era a tenuta stagna, e questo permetteva alla soluzione elettrolita di giungere a contatto con la barra di ferro. Il livello di corrosione dei componenti interni ha portato alcuni studiosi a supporre che come soluzione elettrolitica si sia potuto utilizzare aceto, succo di limone o succo d'uva.

König suppose che l'oggetto potesse essere stato costruito durante il dominio dei Parti, in quanto la porzione del villaggio sottoposta a scavi archeologici risaliva appunto a quel periodo (250 a.C.-224 d.C.). Tuttavia secondo il dottor St. John Simpson, del dipartimento del Vicino Oriente del British Museum, il contesto originale del sito e la sua stratigrafia non furono registrati in maniera corretta; in più lo stile della ceramica è Sasanide (224 - 640). Tutto questo porta Simpson a supporre una datazione più recente.

La maggior parte dei componenti della batteria non è direttamente databile. La ceramica potrebbe essere datata tramite la termoluminescenza, ma questo indicherebbe solo la data della cottura del vaso e non il suo assemblaggio. Diversamente lo studio della diffusione degli ioni indicherebbe solo la data dell'interramento.

Rame e ferro costituiscono una coppia elettrochimica, la quale in presenza di un elettrolita, genera una differenza di potenziale (misurabile in volt). König osservò numerosi oggetti di argento rivestiti da una sottilissima patina d'oro ritrovati nell'antico Iraq e suppose che furono placcati utilizzando batterie composte da più celle. Dopo la Seconda guerra mondiale, Willard Gray dimostrò che una riproduzione del manufatto produceva corrente elettrica se era riempito con succo d'uva. W. Jansen utilizzò al posto del succo d'uva il benzochinone (alcuni coleotteri producono naturalmente i chinoni) e l'aceto ottenendo risultati ancora più significativi.


Tuttavia, anche tra coloro che sono concordi nell'identificare nel manufatto una batteria, l'ipotesi dell'elettroplaccatura non gode più di molta stima. Oggi si pensa che gli oggetti dorati osservati da König siano stati placcati tramite un processo a fuoco tramite mercurio. Test eseguiti da Arne Eggebrecht hanno dimostrato che per eseguire una placcatura di appena un micrometro sono necessarie "molte" celle. In conclusione la potenza generata dal manufatto sarebbe troppo bassa. Paul Keyser ipotizzò (ma non è stato finora dimostrato) che un sacerdote potesse utilizzare la cella per una sorta di elettro-agopuntura o per stupire e meravigliare dei fedeli elettrificando delle statue di metallo.

Il programma televisivo MythBusters di Discovery Channel ha dimostrato che è molto plausibile che antiche popolazioni utilizzassero il manufatto per eseguire delle placcature o per l'elettrostimolazione. Bisogna dire, però, che la potenza generata da una sola cella è risultata sempre troppo bassa, e per eseguire i vari test sono sempre state utilizzate celle collegate in serie tra loro.

Alcuni hanno affermato che questi manufatti dimostrano come l'energia elettrica fosse già conosciuta nell'antichità. Tuttavia, anche se si ammettesse che la sua effettiva natura di dispositivo elettrico, questo non comporta una reale comprensione dei fenomeni elettrici, tant'è che non migliorarono mai il loro progetto iniziale.

Se la "Batteria di Baghdad" fosse stata realmente una cella galvanica, i suoi costruttori potrebbero non aver compreso appieno tutti i principi fisici che la governano. Per esempio gli antichi Greci conoscevano i fenomeni elettrostatici prodotti dall'ambra, ma non compresero mai il perché del loro manifestarsi. Nei testi dei Parti ancora non sono stati individuati dei riferimenti a fenomeni elettrici né su un loro diretto utilizzo. Potrebbe darsi che le "pile" fossero utilizzate solo in un contesto mistico.

Le "Batterie di Baghdad", se utilizzate in serie, avrebbero potuto generare una tensione considerevole. Per confronto, i primi esperimenti eseguiti da Luigi Galvani utilizzavano celle molto simili, anche se più grandi, capaci di sviluppare 30 volt.

L'idea che la batteria potrebbe aver prodotto livelli di energia elettrica utilizzabile è stata messa alla prova almeno in due circostanze.

Nella serie televisiva inglese "Arthur C. Clarke's Mysterious World" del 1980, l'egittologo Arne Eggebrecht utilizzò una riproduzione della batteria, piena di succo d'uva, che produsse mezzo volt di elettricità, dimostrando che avrebbe potuto placcare una statuetta di argento in due ore utilizzando una soluzione di cianuro d'oro.

Nel programma televisivo MythBusters (29ª puntata del 23 marzo 2005) furono collegate tra loro 10 "Batterie di Baghdad" costruite a mano e riempite di succo di limone come elettrolita le quali generarono 4 volt di corrente continua. La domanda che pose la trasmissione fu: "A cosa servivano queste antiche batterie?" La trasmissione diede tre possibili risposte: galvanizzazione, uso medico (elettro-agopuntura) e esperienza religiosa.

In effetti il "pacco" di 10 batterie aveva abbastanza potenza da placcare un piccolo oggetto. Tramite due elettrodi a forma di ago si poteva eseguire una elettro-agopuntura, ma quando le batterie si esaurivano, la sensazione del paziente migrava verso il dolore.

Per "testare" l'esperienza religiosa fu costruita una replica dell'Arca dell'alleanza completa di cherubini. Invece di collegare le ali dei cherubini alle "Batterie di Baghdad", furono collegate ad un generatore elettrico. Chi toccava l'arca sentiva un forte senso di oppressione al petto.
Anche se le "Batterie di Baghdad" non furono utilizzate, si è dedotto che la loro bassa potenza avrebbe comunque generato nei fedeli che non avevano nessuna idea di corrente elettrica e dei suoi effetti la sensazione di una "presenza divina".




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