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Mercoledì, Dicembre 01, 2021
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L'immagine molto dettagliata della Nebulosa Omega e il frammento del meteorite di quasicristallo

Chiamatela Omega, Cigno, Ferro di Cavallo o anche Aragosta: è sempre la stessa nebulosa. Molto popolare fra gli astronomi, questa regione ricca di gas e polveri dove si formano nuove stelle si trova a 6500 anni luce da noi, in direzione della costellazione del Sagittario, lì dove anche il telescopio dell’ESO, il Very Large Telescope, in Cile, ha puntato la propria attenzione. Prendendo in esame una regione specifica della nebulosa, è stato possibile realizzarne una delle immagini più nitide mai ottenute con strumentazione da terra.

Le giovani stelle che brillano di luce bianco-bluastra, emettono energetica radiazione ultravioletta che “accende” il gas circostante: si tratta principalmente di idrogeno che, con la sua caratteristica colorazione rossastra, conferisce questa calda tonalità all’intera nebulosa rendendola una vasta nube luminescente dalle tante sfumature rosse. Nelle regioni scure, che risaltano sullo sfondo luminoso, si annida invece la polvere, altro ingrediente presente in abbondanza in quella che viene considerata una delle fabbriche stellari più giovani e attive della Via Lattea.

Lo strumento che, nello specifico, ha fornito questa visione estremamente dettagliata di una porzione della Nebulosa Omega, è FORS (FOcal Reducer and Spectograph) montato su uno dei quattro telescopi (Antu) che costituiscono la formazione di VLT. L’immagine è stata ottenuta nell’ambito del programma ESO Cosmic Gems, che ha finalità didattiche e divulgative.




Mai sentito parlare della Kamčatka? Se l’unica cosa che vi fa venire in mente sono carri armati di plastica in miniatura, non preoccupatevi, siete in buona compagnia: su Facebook c’è perfino un gruppo dedicato a “quelli che il Kamchatka [sic] l’hanno scoperto giocando a Risiko”. La Kamčatka, comunque, c’è sul serio: è una lunga penisola dell’estremo oriente russo. Ed è là, fra le sue montagne, che sono state rinvenute rocce i cui atomi appaiono disposti secondo un pattern assai particolare. Rocce che, stando alla composizione isotopica, sembrano avere origine extraterrestre, come dimostra un lavoro appena pubblicato su PNAS da un team internazionale guidato dall’italiano Luca Bindi, del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze.

Il pattern è quello dei quasicristalli, solidi la cui struttura – ordinata ma non periodica, a differenza di quanto avviene nei normali cristalli – ha una storia a dir poco avvincente. Adottata a scopo decorativo già in epoca relativamente antica, per esempio nella disposizione dei tasselli dei mosaici della moschea di Isfahan, in Iran. Descritta formalmente, nel 1976, dal fisico e cosmologo inglese Roger Penrose. Osservata al microscopio elettronico sei anni più tardi dal chimico israeliano Dan Shechtman, scoperta per la quale è stato premiato nel 2011 con il Nobel per la chimica. E identificata per la prima volta in natura, solo nel 2009, in rocce precedentemente raccolte, appunto, in Kamčatka.

È su un campione di queste rocce, conservato presso il Museo di Storia Naturale dell’Università degli Studi di Firenze con numero di catalogo 46407/G, che si basa lo studio appena uscito su PNAS. Al suo interno è stata osservata la presenza di icosaedrite: un quasicristallo naturale composto di alluminio, rame e ferro – formula chimica Al63Cu24Fe13 –  la cui natura di minerale è stata ufficialmente riconosciuta solo nel 2010.

Analizzando il campione con le tecniche SIMS (spettrometria di massa di ioni secondari) e NanoSIMS, e in particolare misurando – nei frammenti di piroxene e olivina in esso presenti – l’abbondanza relativa di alcuni isotopi dell’ossigeno, gli scienziati si sono imbattuti nella firma caratteristica delle condriti carbonacee, fra le più rare e antiche di tutte le meteoriti. Da qui l’ipotesi di un’origine extraterrestre dei quasicristalli naturali, nonché della loro antichità, stimata attorno ai 4.5 miliardi di anni. Gli eventi che hanno portato all’incredibile assemblaggio di sostenze riscontrato nel frammento roccioso rimane un mistero, dicono gli autori della ricerca, ma i risultati dell’analisi suggeriscono che i quasicristalli, fino a pochi anni fa ritenuti un materiale esclusivamente artificiale, non solo possono formarsi in natura, ma riescono anche a rimanere stabili per scale temporali cosmiche.


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