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Mercoledì, Ottobre 23, 2019
Uomini e Misteri Un linguista annuncia: “Decifrato il Codice Voynich”

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Un linguista annuncia: “Decifrato il Codice Voynich”

Forse stavolta ci siamo… Solo pochi giorni fa, vi raccontavamo dell’ipotesi avanzata da un botanico per dare un senso all’enigmatico Codice Voynich sulla base delle raffigurazioni di fiori e piante contenute in quelle antiche pergamene. Ipotesi che guardava al Messico azteco. Ora, nell’agone, scende un linguista britannico: grazie ad alcune immagini miniate, sostiene di aver decifrato  lettere e parole di quella illeggibile scrittura.
Il novello emulo di Indiana Jones è il professor Stephen Bax, docente di Linguistica applicata presso l’Università del Bedfordshire. È stato lo stesso sito dell’ateneo a pubblicare una sintesi della sua ricerca- che chiunque può scaricare integralmente dalla homepage del professore. Una lettura certo complessa, ma affascinante.
Il punto di partenza è stato innanzi tutto stabilire se quel codice del XV secolo- definito “il manoscritto più misterioso del mondo”, acquistato da un antiquario in un collegio gesuita italiano un secolo fa- fosse davvero un clamoroso inganno, come pensano tanti esperti. Insomma, Bax ha cercato di capire se quei segni incomprensibili vergati da una mano ignota fossero solo l’invenzione di un falsario oppure celassero un reale significato. Una sfida accattivante per un linguista- a quanto pare vinta, anche se parzialmente.
Il professore ha adottato lo stesso sistema che ha avuto successo nei secoli scorsi per decodificare i geroglifici egizi e il Lineare B cretese. Grazie alla sua profonda conoscenza delle lingue semitiche ed arabe, analizzando alcune illustrazioni (nello specifico, di una costellazione e di sette piante) e confrontandole con quelle presenti in altri manoscritti medioevali europei e mediorientali, sarebbe riuscito a ricavare con una certa sicurezza 10 parole e 14 segni alfabetici scritti nel Voynich.
“Mi ha colpito l’idea di identificare i nomi propri presenti nel testo, seguendo un approccio storico che è stato utile per decifrare altre lingue misteriose nel passato. Poi ho usato questi nomi per capire il resto”, ha spiegato Stephen Bax. “Il manoscritto presenta molti disegni di stelle e di piante. Ho potuto riconoscerne alcune, con i loro nomi, grazie agli erbari medioevali in arabo e in altri linguaggi: sono partito da lì, con sorprendenti risultati.”


Una delle parole individuate è quella scritta accanto alla rappresentazione di sette stelle che ricordano le Sette Sorelle o Pleiadi- ovvero, la costellazione del Toro. Un nome che torna simile in molte lingue del bacino del Mediterraneo di matrice indoeuropea (come ad esempio il latino taurus, il francese taureau, l’antico persiano thaur): il docente ha così potuto leggere, in questa chiave, i segni usati dall’amanuense che formerebbero la parola “toro” in quella lingua ignota.
Nello stesso modo ha poi identificato il termine Chirone, accanto al ritratto del mitico centauro, metà uomo e metà cavallo, e i nomi di alcune piante, tra le quali l’elleboro. Ovviamente, è ben poca cosa rispetto alle migliaia di parole di cui il Codice è composto, ma è pur sempre la prima volta che qualcuno riesce a comprendere- seppur tanto parzialmente- il manoscritto.
Inoltre, secondo il linguista, questo studio dimostra in modo convincente sia che il Voynich non è una bufala sia che l’alfabeto nel quale è composto non è un elaborato codice cifrato. “È un testo con un preciso significato ed assomiglia ad un normale linguaggio umano, con corrispondenze segno grafico/suono più o meno regolari”, ha spiegato Bax. “C’è poi un rapporto tra le immagini e lo scritto, che dovrebbe contenere informazioni sulle piante e forse sui loro usi farmaceutici.”
Dunque il manoscritto sarebbe un trattato scientifico-naturalistico, una sorta di manuale per conservare un sapere ritenuto importante attraverso le generazioni. Rimangono però interrogativi ancora senza risposta: chi lo ha scritto? E soprattutto, in quale lingua? Il professore può al momento avanzare delle ipotesi: probabilmente, si tratta della trascrizione di un dialetto fino a quel giorno mai codificato in forma scritta.


L’autore avrebbe preso in prestito alcuni segni grafici già esistenti in altre lingue della sua area geografica, altri ne avrebbe inventati, per rendere i suoni di una lingua tramandata solo per via orale. Un precedente storico del genere c’è: l’alfabeto glagolitico, ideato forse da 2 fratelli (i santi Cirillo e Metodio), per mettere per iscritto un antico dialetto slavo. Per farlo, attinsero dal greco, dall’ ebraico, dal copto e dall’armeno. Il documento più famoso composto in glagolitico è il Messale di Kiev, risalente al X secolo, ma scoperto soltanto nel XIX, a Gerusalemme. Potrebbe essere simile  anche l’origine del Voynich?
Per Stephen Bax è assai probabile. Potrebbe essere stato creato da un gruppo ristretto di persone che desiderava codificare una lingua fino a quel momento solo parlata. Poi, quella comunità sarebbe scomparsa, spazzata via dalle guerre che dal XV secolo scossero i Balcani e il Medio Oriente. Una cultura estinta, europea o asiatica, che poco prima di morire aveva affidato le nozioni più importanti ad un testo scritto- forse il primo e l’ultimo della sua storia.
“Spero di aver contribuito, con il mio lavoro, a presentare un metodo di successo con il quale continuare in futuro le investigazioni sul manoscritto, in modo da poter costruire un po’ per volta uno schema completo di corrispondenza tra segno grafico e suono. Ciò potrebbe permettere l’identificazione del linguaggio o la sua ricostruzione.  Mi auguro che le mie scoperte spingano gli altri linguisti a lavorare con me a decriptare l’intero testo con lo stesso approccio. Così potremo finalmente capire cosa intendesse comunicare quel misterioso autore“.


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