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Giovedì, Ottobre 19, 2017
Uomini e Misteri La maledizione del diamante Hope

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La maledizione del diamante Hope

Il famoso gioiello maledetto.
Come la storia del "teschio del destino", quella del diamante Hope sembra suggerire la possibilità che i cristalli abbiano il potere di assorbire le emozioni umane.
Il diamante venne acquistato nel 1688 da Luigi XIV da un commerciante francese di nome Jean-Baptiste Tavernier, che si raccontava l'avesse sottratto dall'incavo dell'occhio di un idolo in un tempio indiano. Subito dopo Tavernier faceva bancarotta e nella speranza di rifarsi una fortuna era ripartito alla volta dell'India, senza però mai arrivarci perché era morto durante il viaggio.

Luigi fece tagliare il diamante a forma di cuore per donarlo a

Madame de Montespan, una delle sue amanti preferite, coinvolta nel celebre "intrigo dei veleni" in cui una serie di fattucchiere avevano distribuito a dame del bel mondo veleni per togliere di mezzo senza sospetti mariti ingombranti. Nella faccenda c'entrava la magia nera.
Era coinvolto anche un abate, un certo Guiborg, uso a sacrificare neonati sull'altare costituito dal corpo nudo della Montespan. Ovviamente lo scandalo venne soffocato, la cortigiana perse i favori regali e le fattucchiere, torturate nella chambre ardente furono messe al rogo. Così dopo Tavernier, la Montespan sembrò essere la seconda persona a danno della quale il "blu di Francia" (come veniva all'epoca chiamato il gioiello) aveva esercitato il suo nefando influsso.
Un secolo dopo il diamante venne donato da Luigi XVI alla sua regina e sposa Maria Antonietta. Il suo coinvolgimento nella perdita del collare della pietra fece ampiamente scemare la sua già scarsa simpatia presso il popolo e fu sicuramente uno dei motivi indiretti che contribuirono allo scoppio della Rivoluzione francese, nella quale la malcapitata regina venne ghigliottinata. La principessa di Lamballe, a cui Maria Antonietta aveva affidato il diamante, morì anch'ella linciata dalla folla.
Il diamante era ricomparso a Londra, ma già ampiamente ridotto nelle dimensioni, passato da 112,5 a 44,5 carati, meno della metà del suo peso originale. Nel 1830 venne acquistato dal banchiere Henry Thomas Hope per la bellezza di diciottomila sterline e da quel momento in avanti venne battezzalo "diamante Hope". Da quel che sappiamo il signor Hope non riportò alcun effetto collaterale dal possesso del gioiello, né nulla di brutto accadde ai membri della sua famiglia che se lo passarono, finché arrivò nella mani di una cantante, andata in sposa a Lord Francis Hope. La coppia ruppe subito. La donna riconobbe all'istante la tetra influenza del diamante e profetizzò che sarebbe stato la rovina di chiunque l'avesse posseduto. Lei stessa morì in povertà, maledicendo la pietra. Navigando in brutte acque, all'inizio del Novecento Lord Hope decise di vendere il diamante a un agente francese, Jacques Colot, il quale divenuto pazzo si suicidò, non prima però di aver a sua volta venduto la pietra a un russo, il principe Kanitovski che, dopo averla donata a una giovane ballerina, in un raptus di follia l'aveva uccisa la prima sera che la giovane l'aveva indossata. Il principe venne a sua volta giustiziato dai rivoluzionari. Poi era stata la volta di un gioielliere greco, Simon Matharides, il quale, a pochi giorni dall'acquisto, era precipitato da una rupe (secondo alcuni rapporti, venne fatto cadere). Nel 1908 la pietra fu acquistata dal sultano turco Abdul Hamid, noto come "Abdul il dannato". Combinazione, l'anno seguente venne deposto, e ne soffrì a tal punto da impazzire. Il successivo padrone, Habib Bey, morì annegato. Quindi il diamante, tramite il gioielliere francese Pierre Cartier, era finito in America, acquistato da Edward Beale Madean, proprietario del giornale "Washington Post». Non aveva fatto in tempo ad acquistarlo che gli moriva la madre e subito dopo le due fedeli cameriere di casa. Il figlio, il decenne Vinson, guardato a vista e tenuto sotto controllo continuamente da guardie del corpo, un giorno per gioco, elusa la loro sorveglianza, era scappato attraversando di corsa la strada davanti a casa. Proprio in quel momento un'auto che passava lo aveva travolto uccidendolo. Poi Maclean, divisosi dalla moglie Evelyn, era stato coinvolto in uno scandalo e aveva finito la sua vita da alcolizzato. Il diamante era finito alla moglie che lo indossava sovente, sfatando con ironia le brutte storie che tramandavano della sua fattura. Ma quando nel 1946 la figlia si suicidò - avvelenandosi con una dose massiccia di sonnifero - non si potè fare a meno di osservare che il giorno del suo matrimonio la giovane aveva indossato proprio il gioiello maledetto. Nel 1947, alla morte della signora Evelyn Maclean, il diamante venne comperato dal gioielliere newyorkese Harry Winston che lo fece suo per una cifra che si diceva avesse toccato il milione di dollari. Dopo averlo messo in mostra a New York, aveva deciso di consegnarlo allo Smithsonian Institute. Il fatto che lo spedisse all'istituzione dentro un semplicissimo pacco postale dimostra come non sospettava del maleficio gravante sull'oggetto. La busta della spedizione viene conservata ancora oggi insieme al diamante. Quando nel 1965 è stato testato alla luce ultravioletta presso i Laboratori De Beers di Johannesburg, il diamante ha continuato a luccicare e irradiare luce come un pezzo di carbone ardente per parecchi minuti, un fenomeno davvero unico per un diamante. Nel valutare il caso del diamante Hope gli scettici usano lo stesso metro di misura adottato per la cosiddetta maledizione del faraone Tutankhamon, sottolineando cioè come molti fra i proprietari non ebbero a subire alcun danno dal possesso dell'oggetto. Tuttavia, per quanto una giusta dose di prudenza sia senz'altro l'atteggiamento migliore da adottare in casi come questo, liquidare la questione con un'alzata di spalle come una mera superstizione parrebbe un po' troppo frettoloso. T.C. Lethbridge era convinto che tragedie e fatti gravi possono lasciare, come dire, la loro "impronta" nei luoghi dove si consumano, ipotesi descritta per la prima volta all'inizio del XX secolo da Sir Oliver Lodge, che ipotizzava che certe "infestazioni" potrebbero ben spiegarsi come una sorta di "registrazione". Lethbridge chiamava queste infestazioni "demoni" per meglio significare la spiacevole sensazione che essi erano in grado di provocare infestando certi luoghi. Quando aveva diciotto anni, un giorno assieme con la madre stava passeggiando nel grande bosco di Workingham quando, all'improvviso, ambedue si erano sentiti depressi. In seguito erano venuti a sapere che nei pressi del luogo in cui avevano provato quella inspiegabile sensazione una volta era stato rinvenuto il cadavere di un suicida. Lethbridge era convinto che la disperazione di quell'uomo era stata in qualche modo "registrata" dal posto che, a sua volta, era in grado di trasmetterla a persone particolarmente sensibili. Circa quarant’anni dopo, Lethbridge e la moglie Mina erano usciti un pomeriggio lungo la spiaggia per raccogliere conchiglie, in località Ladram nel Devon. Mentre stavano passeggiando ad un tratto Lethbridge aveva nuovamente sperimentato la stessa sensazione di "depressione" e sgomento, come quando si è costretti a avanzare in mezzo alla nebbia. Qualche minuto dopo, Mina gli aveva detto, lei pure in preda al panico: «Non posso stare in questo posto per un minuto di più» e così si erano allontanati in tutta fretta. Il fine settimana successivo avevano appositamente rivisitato quel tratto di spiaggia e di nuovo erano stati assaliti da grande disagio. Quella seconda volta, Mina si era spinta fin sul ciglio di un crepaccio dove all'improvviso aveva sentito il forte desiderio di gettarsi nel vuoto, come se ci fosse stato qualcuno che la incitasse a farlo. Qualche tempo dopo Lethbridge aveva scoperto che proprio di recente un uomo si era suicidalo gettandosi da quel medesimo punto in cui Mina si era sentita minacciata Quello era stato il motivo della depressione. La tristezza dell'uomo che aveva deciso di togliersi la vita aveva impregnato quel posto della sua aura negativa, prontamente "registrata" anche grazie alla presenza dell'elemento catalizzatore dell'acqua. (Ambedue le giornate erano state umide e piovigginose e Lethbridge aveva notato un piccolo ruscello che andava a sfociare in mare proprio nel punto della spiaggia in cui il senso di desolazione si avvertiva con maggiore intensità). Non era stato tanto lo spettro del suicida a spingere Mina a gettarsi dal dirupo, quanto piuttosto era stato il suo spirito sensibile a rispondere alla suggestione negativa registrata dal posto. Questa ipotesi del "nastro registrato" è quella che sottende al concetto di psicometria, vale a dire la capacità che alcune persone particolarmente sensibili hanno di "leggere" la storia di un oggetto semplicemente tenendolo stretto fra le mani. I chiaroveggenti sono convinti che i cristalli posseggano a un grado molto elevato la capacità di assorbire: da qui la grande popolarità delle palle a sfera di cristallo, che debbono sempre essere tenute coperte da un drappo scuro per proteggerle dalla luce e dal calore (per lo stesso principio per cui un nastro magnetico non deve essere esposto alla luce del Sole o a qualche radiazione). La documentazione sulle cosiddette "maledizioni" legate a oggetti che "portano sfortuna" è molto abbondante. Esemplare in merito, è, per esempio, la storia di una nave maledetta, la “The Great Eastern” - sulla quale sono stati scritti addirittura dei libri - una grande nave costruita nel XIX secolo dall'ingegnere Isambard Brunel. Durante la costruzione un rivettatore ed il suo apprendista sparirono e nessuno riuscì più a trovarli: i poveretti erano stati rinchiusi inavvertitamente nel corpo dello scafo. La nave (la più grande mai costruita fino a quel momento) era rimasta incagliata il giorno del varo e ci erano voluti tre mesi per liberarla. Da quel momento la sua "carriera" era stata costellata da continui infortuni. Cinque operai erano morti per lo scoppio di una ciminiera. Una volta in un porto era stata danneggiata da un fulmine. Un capitano era annegato su una scialuppa assieme con il mozzo di cabina. Un marinaio era stato stritolato dalle pale e un altro si era perso in alto mare. La lunga serie dei disastri era continuata fino al disarmo della nave e al suo smantellamento, quindici anni dopo il travagliato varo. Quando le lamiere vennero tagliate per la demolizione, gli allibiti operai si erano trovati di fronte gli scheletri del povero rivettatore e del suo assistente, sigillati nello scafo.
Storie simili relative a navi, case, aerei e automobili maledette non si contano. Per esempio, l'auto sulla quale l'arciduca Ferdinando venne assassinato a Sarajevo (fatto che fece precipitare l'Europa verso il primo conflitto mondiale) provocò la morte dei suoi successivi sette proprietari.
Ora, se Lethbridge ha ragione e la presunta maledizione è semplicemente una sorta di registrazione negativa di fatti incresciosi, e non un fatto di per sé assoluto, si spiegherebbe anche perché alcuni sono sensibili a questo fenomeno mentre altri non se curano affatto né ne vengono affetti. Lethbridge afferma che individui sensibili, come lui e la moglie - ma anche i rabdomanti, per esempio - sono soggetti particolarmente recettivi, mentre tante altre persone prive di questa sensibilità possono tranquillamente non accorgersi di nulla.
Se gli oggetti fisici - come i cristalli - sono sensibili alle vibrazioni della mente umana, ne potrebbe anche conseguire che in certe circostanze una sorta di "maledizione" possa esservi impressa in modo voluto e deliberato, un po' come contraddistinguerli con una penna invisibile. Certamente gli antichi Egizi credevano in questo fenomeno ed erano convinti che le loro tombe potessero essere segnate dal marchio di una "maledizione" al fine di proteggerle dagli intrusi. Non è detto che i sacerdoti del tempio di Rama-sitra non abbiano fatto lo stesso con il meraviglioso, ma maledetto, diamante Hope.



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