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Giovedì, Agosto 13, 2020
Scienza e Futuro Cosa resterà di noi: la preoccupazione degli scienziati per l'obsolescenza programmata

La Materia Oscura

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Le enigmatiche tavolette ritrovate a Glozel

In Francia dal 1924 al 1930, nel villaggio di Glozel a sud est di Vichy, sono stati scoperti circa 3000 reperti preistorici, molti dei quali presentano delle misteriose iscrizioni. Si tratta di tav...

Da ora è possibile registrare i propri sogni in video

Utilizzando la risonanza magnetica funzionale gli scienziati del laboratorio Gallant dell'Università di Berkeley sono stati in grado di ricostruire le immagini che un paziente immagazzina nel cervel...

Avete paura? Secondo la scienza invecchierete prima

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La banda larga anche nello spazio, il pianeta extrasolare ricco di acqua ed il cambiamento del vento interstellare

La banda larga sta per raggiungere anche la Luna. In questi giorni è previsto il lancio di LADEE, uan sonda della NASA capace di trasmettere verso la Terra un segnale laser molto speciale. Il lase...

Lettera Politico Norvegese

Sono un politico norvegese..Vorrei parlare delle cose difficili che accadranno dal 2008 al 2012. Il governo norvegese sta costruendo basi sotterranee e bunker in numero sempre maggiore.Israele e molti...

Cosa resterà di noi: la preoccupazione degli scienziati per l'obsolescenza programmata


QUALCHE GIORNO fa ho trovato in un cassetto un vecchio Cd-Rom di Encarta, l'enciclopedia multimediale di Microsoft. Ho provato a farlo girare sul pc ma non ci sono riuscito. "Vecchio" di vent'anni, mica 100, quando il web ancora balbettava e Wikipedia era di là da venire. Certo, smanettando qui e lì e usando emulatori di Windows desueti potrei anche farcela, ma non è questo il punto. Il punto è l'obsolescenza digitale, ovvero bit rot, data degradation, data decay, data rot, software rot. Sono tutte definizioni colloquiali di un fenomeno che può essere fisico, tecnologico e temporale e porta alle stesse conseguenze: i supporti e i software per i dati invecchiano precocemente.



L'ultimo allarme lo ha lanciato qualche giorno fa il vicepresidente di Google, Vint Cerf, che all'incontro annuale dell'American Association for the Advancement of Science ha parlato del rischio di "generazione dimenticata". Cioè l'era digitale potrebbe non lasciare tracce ai posteri, perché tra qualche secolo documenti e immagini del nostro tempo potrebbero essere illeggibili. A causa del deterioramento del software e dei supporti. Poco importa che si tratti di floppy disk (a proposito, chi se li ricorda?), cd, dvd, chiavette usb, schede sd, hard disk, unità a stato solido o cloud.             

E così potremo continuare a sfogliare gli incunaboli in biblioteca, ma tra qualche decennio forse non saremo in grado di leggere gli eBook comprati oggi, giocare con vecchi videogame, vedere le foto e i video di famiglia se non si troverà una soluzione a questo paradosso tecnologico. Vint Cerf non si è limitato a sollevare il problema, che è ben noto a tutti gli addetti ai lavori. Scienziati, informatici, istituzioni culturali, musei e biblioteche lavorano per evitare che il buco nero dell'obsolescenza ingoi la memoria del sapere contemporaneo.

Qualche tempo fa la direttrice della British Library, Lynne Brindley ha ricordato l'esperienza del progetto Domesday avviato nel 1986 dalla Bbc per catalogare la storia del Regno Unito. Furono usati videodischi da 12 pollici, che già quattro anni dopo erano superati, tanto da costringere i tecnici a salvarli su nuovi supporti usando l'unico player sopravvissuto. Che dire poi dei carteggi e della corrispondenza, oggi affidati alle mail e ai social network? Come faranno gli storici a consultarli?

Non è problema che riguardi soltanto la Cultura con la C maiuscola. Anche noi singoli utenti ormai conserviamo tutto in formato digitale. Archiviamo tutto sui supporti digitali, certi di metterli al sicuro dallo scorrere del tempo. Sarà davvero così?

Un paio di anni fa a Firenze, durante la conferenza "Trusted Digital Repositories and Trusted Professionals" organizzata dalla Fondazione Rinascimento Digitale, il prof. Paolo Galluzzi ha ricordato che "un floppy disk da 5 pollici usato nei primi pc aveva una vita garantita non superiore ai due anni e i cd-rom e i dvd riscrivibili non vivono oltre cinque anni, in quanto hanno una parte di componenti che si deteriorano nel tempo. I cd-rom e i dvd con musica e film acquistati nei negozi resistono invece almeno vent'anni perché le incisioni sono meno profonde".

Insomma, supporti ottici, magnetici, dischi fissi e unità a stato solido si degradano a causa di ossidazione, sbalzi di temperatura, influenze magnetiche, cariche elettrostatiche e tanti altri fattori. Quanto al cloud, chi ci garantisce la sopravvivenza delle aziende che ci custodiscono i dati nelle nuvole? Insomma, dobbiamo correre senza sosta per travasare i dati da un supporto all'altro, con software sempre aggiornati, come facevano molti secoli fa gli amanuensi.

Dobbiamo davvero riprendere a stampare tutto per non arrenderci all'ineluttabilità del "secolo dimenticato", come sembra suggerirci il vicepresidente di Google? C'è una spada di Damocle digitale che pende sulla nostra storia.



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