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Mercoledì, Luglio 26, 2017
Scienza e Futuro Cosa resterà di noi: la preoccupazione degli scienziati per l'obsolescenza programmata

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Cosa resterà di noi: la preoccupazione degli scienziati per l'obsolescenza programmata


QUALCHE GIORNO fa ho trovato in un cassetto un vecchio Cd-Rom di Encarta, l'enciclopedia multimediale di Microsoft. Ho provato a farlo girare sul pc ma non ci sono riuscito. "Vecchio" di vent'anni, mica 100, quando il web ancora balbettava e Wikipedia era di là da venire. Certo, smanettando qui e lì e usando emulatori di Windows desueti potrei anche farcela, ma non è questo il punto. Il punto è l'obsolescenza digitale, ovvero bit rot, data degradation, data decay, data rot, software rot. Sono tutte definizioni colloquiali di un fenomeno che può essere fisico, tecnologico e temporale e porta alle stesse conseguenze: i supporti e i software per i dati invecchiano precocemente.



L'ultimo allarme lo ha lanciato qualche giorno fa il vicepresidente di Google, Vint Cerf, che all'incontro annuale dell'American Association for the Advancement of Science ha parlato del rischio di "generazione dimenticata". Cioè l'era digitale potrebbe non lasciare tracce ai posteri, perché tra qualche secolo documenti e immagini del nostro tempo potrebbero essere illeggibili. A causa del deterioramento del software e dei supporti. Poco importa che si tratti di floppy disk (a proposito, chi se li ricorda?), cd, dvd, chiavette usb, schede sd, hard disk, unità a stato solido o cloud.             

E così potremo continuare a sfogliare gli incunaboli in biblioteca, ma tra qualche decennio forse non saremo in grado di leggere gli eBook comprati oggi, giocare con vecchi videogame, vedere le foto e i video di famiglia se non si troverà una soluzione a questo paradosso tecnologico. Vint Cerf non si è limitato a sollevare il problema, che è ben noto a tutti gli addetti ai lavori. Scienziati, informatici, istituzioni culturali, musei e biblioteche lavorano per evitare che il buco nero dell'obsolescenza ingoi la memoria del sapere contemporaneo.

Qualche tempo fa la direttrice della British Library, Lynne Brindley ha ricordato l'esperienza del progetto Domesday avviato nel 1986 dalla Bbc per catalogare la storia del Regno Unito. Furono usati videodischi da 12 pollici, che già quattro anni dopo erano superati, tanto da costringere i tecnici a salvarli su nuovi supporti usando l'unico player sopravvissuto. Che dire poi dei carteggi e della corrispondenza, oggi affidati alle mail e ai social network? Come faranno gli storici a consultarli?

Non è problema che riguardi soltanto la Cultura con la C maiuscola. Anche noi singoli utenti ormai conserviamo tutto in formato digitale. Archiviamo tutto sui supporti digitali, certi di metterli al sicuro dallo scorrere del tempo. Sarà davvero così?

Un paio di anni fa a Firenze, durante la conferenza "Trusted Digital Repositories and Trusted Professionals" organizzata dalla Fondazione Rinascimento Digitale, il prof. Paolo Galluzzi ha ricordato che "un floppy disk da 5 pollici usato nei primi pc aveva una vita garantita non superiore ai due anni e i cd-rom e i dvd riscrivibili non vivono oltre cinque anni, in quanto hanno una parte di componenti che si deteriorano nel tempo. I cd-rom e i dvd con musica e film acquistati nei negozi resistono invece almeno vent'anni perché le incisioni sono meno profonde".

Insomma, supporti ottici, magnetici, dischi fissi e unità a stato solido si degradano a causa di ossidazione, sbalzi di temperatura, influenze magnetiche, cariche elettrostatiche e tanti altri fattori. Quanto al cloud, chi ci garantisce la sopravvivenza delle aziende che ci custodiscono i dati nelle nuvole? Insomma, dobbiamo correre senza sosta per travasare i dati da un supporto all'altro, con software sempre aggiornati, come facevano molti secoli fa gli amanuensi.

Dobbiamo davvero riprendere a stampare tutto per non arrenderci all'ineluttabilità del "secolo dimenticato", come sembra suggerirci il vicepresidente di Google? C'è una spada di Damocle digitale che pende sulla nostra storia.



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