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Martedì, Gennaio 23, 2018
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Il mistero ancora irrisolto del guerriero di Capestrano

Nel lontano settembre del 1934, il signor Michele Castagna sta lavorando la sua terra non lontano da Capestrano, in Abruzzo.

L’uomo non immagina di stare per diventare il protagonista di una delle scoperte archeologiche più importanti del XX secolo. Affondando la sua zappa nel terreno per piantare una vigna, Castagna colpisce qualcosa di molto duro.

Continuando a scavare, il contadino porta alla luce un reperto straordinario, quello che poi passerà agli onori delle cronache come ‘Il Guerriero di Capestrano’, un’imponente statua antropomorfa di marmo e pietra.

Poco dopo, fu avviata sul luogo una campagna di scavi che portò alla luce una necropoli, con alcune tombe e corredi funerari risalenti al VII-VI secolo a.C., non lontana dall’antico insediamento vestino di Aufinum. La statua è attualmente conservata nel museo archeologico di Chieti.

La statua scoperta da Castagna è alta 2 metri e 9 centimetri, rappresenta una figura maschile, in atteggiamento fiero e maestoso, con i fianchi molto sviluppati e il torace triangolare. La testa è coperta da un copricapo circolare di incredibile ampiezza. Il volto dell’uomo sembra coperto da una maschera funeraria.

I ricercatori non hanno ancora scoperto chi è raffigurato nella statua, né è stato possibile datare con esattezza il misterioso reperto. Secondo l’opinione di alcuni, nelle fattezze fisiche il guerriero ricorderebbe l’enigmatico faraone Akhenaton: fianchi larghi e vita stretta.

Pare che all’origine la statua fosse completamente dipinta di rosso, come testimoniano alcune tracce di pigmento rinvenuto in alcune parti della scultura.

Da dove viene fuori questa reliquia del passato italiano, dato che non è mai stato trovato nulla di simile in tutta la penisola? Perché il volto è nascosto da una maschera? Forse rappresenta un uomo dal viso deforme, o perché diverso da quello degli altri esseri umani?

Singolare è la rappresentazione dei due pilastri laterali, come a voler simbolicamente indicare un passaggio invisibile, proprio come viene spesso raffigurato in numerosi sigilli accadici e sumeri.

L’enigma dell’iscrizione

A suscitare le perplessità dei ricercatori è l’iscrizione incisa sul pilastrino alla destra della statua lungamente esaminata e studiata da archeologi e linguisti, posta verticalmente su una sola riga, da leggere dal basso verso l’alto:

MA KUPRI KORAM OPSUT ANI..S RAKI NEVI PO…M. II

Si tratta di una lingua italica arcaica complessa di tipo osco-etrusco, non di facile interpretazione. Il soprintendente archeologico di Roma, il professor Adriano La Regina, ha tentato una traduzione di questo tipo:

ME BELLA IMMAGINE FECE ANINIS PER IL RE NEVIO POMPULEDIO

facendo ipotizzare che il personaggio potrebbe essere re Nevio Pompuledio, e quella dell’artista che realizzò la scultura, un certo Aninis. Se così fosse, sarebbe un rarissimo caso in cui, per questo periodo, si conosce l’autore di un’opera d’arte.

Ma se alla misteriosa scritta si applica la la gematria, il sistema ebraico di numerologia che studia le parole e assegna loro un valore numerico, si ottiene un risultato dalle conclusioni stupefacenti.

Il corrispondente numerico è 2268. Se si scompone il numero in due decimali e lo si rapporta alla tabella interpretativa del codice aureo, si ottiene il 22 (misteri del creato) e 68 (velocità della luce).

Se invece si applica alla scritta direttamente il codice aureo, che ugualmente attribuisce ad ogni lettera un valore numerico (fatta eccezione per il ‘k’), si ottiene il valore numerico 108, corrispondente al decimo enunciato: ‘moto di trasferimento nello spazio‘.

Infine, se si aggiunge 27, il valore numerico del ‘k’, si ottiene come somma 135, che corrisponde a ‘viaggio guidato‘.

Potrebbero essere tutte coincidenze, eppure gli indizi raccolti permettono di immaginare una storia diversa, una storia che chiama in causa antenati provenienti da altri pianeti, antichi astronauti che hanno trasferito conoscenze all’umanità per poi essere tramandate di generazione in generazione attraverso i secoli, e che ancora oggi sarebbero alla base della nostra civiltà.


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