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Mercoledì, Settembre 23, 2020
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Gli incredibili spruzzi di Europa individuati da Hubble, il pericoloso guasto della ISS e la contaminazione terrestre delle lune di Saturno e Giove


A prima vista, quelle immagini così sgranate e indistinte di Europa, una delle lune di Giove, che compaiono oggi in un articolo pubblicato su Science Express, non sembrano particolarmente interessanti. Eppure dietro a quei pixel che assumono colori dal celeste chiaro fino al bianco assoluto, potrebbe celarsi una importantissima scoperta: la presenza di pennacchi d’acqua che si stagliano sopra la superficie di Europa, letteralmente sparati verso l’alto fino ad altezze di 200 chilometri e fuoriusciti da qualche frattura nella spessa calotta ghiacciata che avvolge il corpo celeste.

Le riprese dei presunti ‘geyser’ d’acqua sono state ottenute nella banda di radiazione ultravioletta dal telescopio spaziale Hubble con il suo spettrografo STIS (Space Telescope Imaging Spectrometer) nel corso di alcune osservazioni effettuate tra novembre e dicembre del 2012. Lorenz Roth, ricercatore della Southwest Research Institute negli USA e Joachim Saur dell’Istituto di Geofisica e Meteorologia di Colonia in Germania, insieme al loro team hanno individuato in quelle immagini delle anomale abbondanze di ossigeno e idrogeno al di sopra di due differenti regioni nell’emisfero sud della luna di Giove.

“I risultati dell’articolo pubblicato oggi su Science danno una risposta chiave ed inequivocabile della presenza di getti d’acqua transienti nell’emisfero sud del satellite galileiano Europa” commenta Giuseppe Piccioni, planetologo dell’INAF-IAPS di Roma. “La rivelazione è stata resa possibile grazie allo spettrometro ultravioletto a bordo del telescopio spaziale Hubble (HST), in grado di identificare le deboli emissioni provenienti dall’interazione del vapor d’acqua con l’ambiente estremamente energetico del sistema di Giove, i cui elettroni sono in grado di modificare ed eccitare energeticamente le molecole. Osservazioni precedenti dallo spazio ci avevano già dato la certezza della presenza di un oceano sotterraneo ad Europa e questi risultati sono compatibili con getti supersonici di 700m/s, ovvero 2500 chilometri all’ora, in grado di arrivare a 200 km di altezza. Questi poderosi geyser sarebbero generati dal potente stress mareale esercitato sulla luna dall’enorme e vicino pianeta Giove. È notevole anche il fatto della variabilità nel tempo di questi fenomeni, osservati quando Europa è all’apocentro (ovvero al suo punto di massima distanza da Giove) e non al pericentro (il punto di massimo avvicinamento al pianeta), compatibili con i modelli matematici attuali”.

I ricercatori, forti di queste importanti evidenze osservative, avanzano similitudini tra i fenomeni scoperti su Europa con quelli già noti che avvengono su un’altra luna nel Sistema solare, ovvero Encelado, che orbita attorno a Saturno, dove emissioni di vapore ad alta pressione emergono da sottili crepe sulla crosta del corpo celeste.

“Lo sapevamo già che Europa e più in generale le lune di Giove possiedono delle caratteristiche uniche all’interno del Sistema solare, non ultima la presenza di un enorme bacino di acqua allo stato liquido sotto la sua crosta, dove forse potrebbero essersi sviluppate elementari forme di vita” aggiunge Piccioni. “Con la missione JUICE dell’ESA recentemente approvata, avente come obiettivo lo studio approfondito del sistema di Giove in cui l’Italia figura con ruoli di primissimo piano grazie allo sforzo di ASI, INAF e le altre Università ed enti coinvolti, riusciremo a studiare con un dettaglio mai raggiunto precedentemente questi ed altri fenomeni peculiari di questi mondi potenzialmente abitabili”.


La Nasa ha reso noto nella notte che si è verificato un problema sulla Stazione Spaziale Internazionale, e che sta valutando come risolverlo. Gli esperti hanno detto che si è verificato un malfunzionamento con uno dei due sistemi di raffreddamento di bordo. I tre cosmonauti russi, i due membri americani e un astronauta giapponese non sono stati mai in pericolo di vita.

Gli ingegneri stanno cercando di determinare se il guasto sia dovuto ad un meccanismo difettoso o un problema al software che gestisce le pompe, e hanno detto che le riparazioni potrebbero richiedere una passeggiata spaziale. Per precauzione sono stati spenti alcuni sistemi minori per ridurre il consumo energetico.

Il portavoce dell’agenzia americana Kelly Humphries ha detto ieri che il problema sembrava essere una valvola difettosa all’interno di una pompa sulla parte esterna del complesso di ricerca dal valore di circa 100 miliardi dollari, che viaggia a circa 400 chilometri sopra la Terra. La valvola fa parte di uno dei due circuiti di ammoniaca che vengono utilizzati per raffreddare l’interno e l’esterno della stazione scientifica.

La Stazione Spaziale Internazionale è stata lanciata nel 1998 e ha già percorso più di 57mila orbite intorno alla Terra. La costruzione pesa circa 900mila libbre (oltre 4mila tonnellate) e si trova a circa 350 km dalla superficie terrestre. Dallo scorso luglio le camminate nello spazio e altre attività extra veicolari sono state sospese, dopo l’incidente capitato all’astronauta italiano Luca Parmitano, costretto a interrompere la sua seconda EVA per una perdita di acqua che poteva essergli fatale.

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Il concetto di panspermia ha le sue origini nell’antica Grecia, con Anassagora, ma è soprattutto alla fine del secolo scorso che ha ripreso vigore grazie all’astronomo Fred Hoyle. Il concetto si basa sull’idea che la vita sulla Terra sia arrivata dall’esterno, dalle comete come dagli asteroidi. Insomma esiste una diffusione tale delle molecole della vita nell’universo che queste non solo avrebbero “fecondato” il nostro pianeta, ma potrebbero averlo fatto in moltissimi altri luoghi.

Fin qui non si dice nulla di particolarmente nuovo. Ma certo comincia a destare un certo interesse conoscere i molteplici meccanismi con cui i “semi” della vita potrebbero propagarsi, rendendo la vita stessa più difficilmente individuabile come autoctona. E’ l’oggetto di uno studio di un team di ricercatori della University Park della Pennsylvania,  che si è posto il quesito se l’impatto di grandi meteoriti avrebbe potuto produrre residui scagliati nello spazio capaci di contaminare il Sistema solare.

Recentemente un chimico e astrobiologo americano, Steve Benner, aveva ipotizzato che la vita sulla Terra potesse aver avuto origine da Marte, da un residuo del pianeta rosso prodotto in seguito a un impatto cometario e scagliato verso il nostro pianeta. Lo stesso, dicono i ricercatori dell’University Park, potrebbe essere capitato con le lune di Giove e Saturno. In sostanza, l’immenso meteorite che ha portato all’estinzione dei dinosauri potrebbe aver scagliato a sua volta detriti nello spazio che avrebbero potuto raggiungere Saturno e le sue lune, mentre meteoriti prodotti da impatti sul suolo di Marte avrebbero potuto raggiungere Giove e le sue lune.

n sostanza, dicono i ricercatori, a determinate condizioni, seppur rare, sia la Terra che Marte avrebbero potuto dare la vita alle lune di Saturno e di Giove. Inoltre, suggerisce il team di astronomi, le lune di Saturno e di Giove Titano, Callisto ed Europa, all’epoca in cui potrebbe essersi prodotta questa panspermia grazie agli impatti da asteroidi, avrebbero potuto avere, stando agli studi disponibili, acqua liquida sulla superficie, capace di accogliere i “semi”.

Ovviamente gli astronomi americani sottolineano come la possibilità che l’elemento vitale potesse sopravvivere a tale viaggio va oltre la portata dei loro studi, ma affermano che la ricerca della vita su queste lune dovrà anche porsi l’interrogativo circa la sua possibile origine, ovvero se sia autoctona o invece il prodotto d’una colonizzazione terrestre e/o marziana.

Sempre ammesso che noi non si sia marziani.


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