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Mercoledì, Dicembre 13, 2017
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Nuove definizioni scientifiche per Plutone, le ultime scoperte del satellite Plank ed il lato nascosto di Mercurio

Prima del 2006 Plutone era il nono pianeta del sistema Solare. Oggi questo piccolo corpo dalla forma sferica è classificato pianeta nano. Una definizione che però potrebbe non essere ancora quella giusta. E questo a causa della scoperta di altre cinque lune che girano attorno a Plutone, che vanno ad aggiungersi alle precedenti cinque lune già conosciute. Ad esclusione  della luna più grande, Caronte, le altre sono dei piccoli sassi, in pratica degli asteroidi rimasti catturati dall’attrazione di Plutone. Il che però complica molte cose. Da una parte aumenta la preoccupazione per la sonda New Horizon: raggiungerà Plutone nel 2015  ma rischia di essere colpita da uno di questi piccoli oggetti, la cui presenza non era ancora stata scoperta al momento del lancio della missione. Inoltre rischia di essere rimessa in discussione la classificazione di Plutone come pianeta nano. Se infatti si scoprisse che è immerso in un nugolo di asteroidi, a quel punto non sarebbe più semplice definire Plutone come un asteroide tra tanti altri? E’ quanto vorrebbe quella parte della comunità scientifica che non ha mai apprezzato la definizione di pianeta nano, che in effetti da quando è stata adottata più che fare chiarezza, sembra avere aumentato la confusione tra studenti e ricercatori.

L’UNIVERSO DIVERSO DI PLANCK


Guardare l’Universo così com’era appena 380 mila anni dopo il Big Bang, osservarne la radiazione primordiale e individuare le disomogeneità, quelle regioni più calde e dense da cui poi, nel corso di miliardi di anni si sono formate le strutture cosmiche, le galassie e le stelle che popolano l’Universo attuale. È questo, in sostanza, il lavoro svolto dal satellite Planck nel corso dei 15 mesi della sua missione. Ha osservato il cosiddetto fondo cosmico con occhi speciali, sintonizzati non sulla luce visibile ma sulle microonde. I risultati, più precisi di quelli ottenuti dai suoi predecessori, ci rivelano che l’Universo è un po’ più vecchio e che gli ingredienti di cui è composto sono presenti in percentuali un po’ diverse da quanto precedentemente stimato. In altre parole non più 13,7 miliardi di anni età, bensì 13,82: una differenza legata alla necessità di rivedere, alla luce dei nuovi dati, il valore della costante di Hubble, un parametro fondamentale in cosmologia. In quanto agli ingredienti, la classifica non cambia: l’energia oscura è sempre al primo posto, seguita da materia oscura e materia ordinaria. Queste, però, sono un più abbondanti rispetto alle stime precedenti, si prendono un po’ più spazio tanto che la fetta occupata dall’energia oscura passa dal 72,8% al 68,3%. I dati di Planck rivelano anche tre anomalie, ovvero dati osservativi che non sono in sintonia con quanto previsto dalla teoria…tre note stonate che richiedono attenzione e che potrebbero essere un impulso per la fisica del futuro.

L'ALTRO LATO DI MERCURIO


Sono due anni che la sonda Messenger scruta ogni angolo di Mercurio, il pianeta più recondito dell’Universo, e ha già inviato ai ricercatori circa 150mila immagini della superficie, che appare per lo più pieno di crateri e “ruvido”. Ma non tutte le zone del pianeta sono così: dietro a quel lato così aspro il pianeta ne nasconde  un altro  ”morbido” e liscio.


Le ultime immagini di Messenger, infatti, mostrano pareti e pianure lisce attorno a una depressione irregolare di Mercurio. Segno che quella formazione geologica non è un cratere da impatto, come quelli lunari e come molti dei crateri osservati sullo stesso Mercurio, ma il bordo di un camino vulcanico, che si trova a nord-est del bacino Rachmaninoff ed è largo circa 36 chilometri.

Il “cratere” è circondato da una distesa di materiale altamente riflettente, espulso durante un’eruzione vulcanica. Altri condotti vulcanici sono stati trovati su Mercurio, come quello a forma di cuore nel bacino Caloris. Il materiale in superficie e la forma frastagliata del cratere sono la prova tangibile di un’eruzione e del passaggio della lava.

La formazione di questi crateri vulcanici sembra risalire a circa 4 miliardi di anni fa, quando il pianeta era particolamente attivo da un punto di vista geologico e vulcanico.


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