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Giovedì, Luglio 20, 2017
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Il possibile meteorite di Mercurio, il pianeta extrasolare dalle strane caratteristiche e gli acceleratori naturali dell'Universo


E’ un piccolo sasso di appena 100 grammi. Cosa ha di speciale? Potrebbe essere un piccolo frammento della superficie di Mercurio, il primo pianeta del sistema Solare. Il che lo renderebbe una vera rarità, dal valore inestimabile sia per gli scienziati che per i collezionisti. Il sasso fa parte di un gruppo di 35 frammenti ritrovati nel deserto del Marocco più di un anno fa. Lo scorso Aprile vennero acquistati in blocco da Stefan Ralew, un compratore di meteoriti, rimasto colpito dal loro colore inusuale. All’inizio era convinto si trattasse di frammenti del suolo lunare, ma le analisi hanno mostrato alcune particolarità, come la totale assenza di ferro. Particolarità che sembrano coincidere con quelle della superficie di Mercurio, la cui composizione chimica è sempre meglio conosciuta grazie ai dati della sonda Messenger. Che i 35 frammenti provengano da Mercurio sarà stabilito con certezza solo al termine di ulteriori analisi. Per il momento Stefan Ralew ha regalato alcuni campioni agli scienziati per poter arrivare quanto prima alla conclusione. Che lo abbia fatto per amore della scienza o per interesse non lo sappiamo. Perché quando i restanti frammenti saranno venduti, se si scoprisse che vengono da Mercurio, vera rarità, dagli iniziali 5.000 dollari potrebbero arrivare a toccare cifre vertiginose.

NEVE SCURA E BOLLENTE


Ha un nome che non si ricorda facilmente  ma di HD 209458b ci basta sapere che è un pianeta extrasolare, un cosiddetto Giove caldo, e che lo studio delle sue condizioni atmosferiche estreme ha portato a ipotizzare scenari molto insoliti. Gigante e gassoso, come Giove, ma molto vicino alla propria stella e quindi estremamente caldo: di casi simili ne sono stati osservati molti. Questo pianeta, inoltre, ruota intorno al proprio sole rivolgendogli sempre la stessa faccia: significa che un emisfero è sempre illuminato e l’altro sempre in ombra. Di conseguenza, anche se la parte oscura si stima raggiunga i 500° (sufficienti a far fondere il piombo), possiamo definirla una zona fredda rispetto a quella illuminata, dove si sfiorano i 2000°. Nessun dubbio che si tratti di un mondo inospitale quindi, ma è questa notevole e perenne differenza di temperatura fra la notte e il dì che ha portato un gruppo di ricercatori dell’Osservatorio della Costa Azzurra, in Francia, a fare delle simulazioni al computer. Lo sbalzo termico dà vita a correnti atmosferiche dirette dalla parte illuminata a quella in ombra e viceversa. Significa che una qualche sostanza con la giusta combinazione di proprietà, potrebbe trovarsi allo stato gassoso da una parte e poi condensare e precipitare quando passa alla zona, si fa per dire, fredda. L’ossido di titanio, ad esempio. Significa che nella parte in ombra del pianeta, può nevicare. Ma si tratterebbe di una sostanza scura e calda: difficile immaginare un tempo così.


Nel giorno in cui il Large Hadron Collider (LHC) viene spento per essere reso più potente,  il satellite della NASA Fermi conferma che il fratelli maggiori dell’acceleratore del Cern, si trovano nell’universo, giganteschi LHC cosmici. Il satellite Fermi ha infatti avvistato tracce di questi potenti acceleratori che conferiscono alle particelle energia e velocità altissime per poi scagliarle nello spazio profondo, fino a farle giungere anche sulla Terra sotto forma di raggi cosmici.

Lo studio è pubblicato  sulla rivista scientifica Science di questa settimana anche a firma di numerosi ricercatori italiani dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e dell’Agenzia Spaziale Italiana attraverso ASI Science Data Center ASDC.Il satellite Fermi, lanciato in orbita l’11 giugno 2008, è una missione della NASA realizzata anche grazie all’importante contributo italiano: team scientifici  italiani hanno, infatti, costruito parti fondamentali dei rivelatori a bordo del satellite e l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) ha coordinato e co-finanziato il contributo nazionale all’esperimento e contribuisce a distribuirne i dati tramite l’ASDC. In particolare, il cuore del rivelatore di fotoni di altissima energia di Fermi, il LAT (Large Area Telescope), che è lo strumento grazie al quale è stata possibile questa scoperta, è stato costruito in Italia dagli scienziati dell’INFN.

Lo studio ha esaminato ciò che resta  di due supernovae, cataclismi che avvengono nel cosmo quando una stella di grande massa esplode al termine della sua vita, scagliando nello spazio profondo particelle, elementi chimici (tra cui quelli indispensabili alla vita), onde gravitazionali e producendo un’onda d’urto violentissima. La teoria più accreditata prevede che questa onda, quando incontra i densi strati di materia (nubi molecolari) che si trovano nelle vicinanze dell’evento, inneschi il  meccanismo di accelerazione delle particelle ( in particolare i protoni) già previsto in forma semplificata da Enrico Fermi più di 60 anni fa e che è all’origine delle altissime energie raggiunte dai  raggi cosmici. Quelli che raggiungono copiosamente anche il nostro pianeta. I protoni però non solo vengono accelerati ad altissima velocità ed energia, proprio come avviene nell’acceleratore di particelle LHC al CERN di Ginevra, che ha permesso agli scienziati di trovare il bosone di Higgs,  i protoni collidono fra di loro dando origine ad una cascata di particelle secondarie.

Quando i protoni si scontrano, infatti, producono fra le altre una particella senza carica elettrica chiamata pione neutro. Questa particella decade immediatamente emettendo coppie di fotoni con una distribuzione di energia caratteristica. Proprio studiando i fotoni provenienti dai resti delle supernovae, i ricercatori di Fermi sono riusciti a trovare una quantità significativa di questi fotoni con la distribuzione in energia tipica del decadimento del pione neutro. La “firma” di collisioni protone-protone ad alta energia e quindi dell’acceleratore celeste.

Finora mancavano prove dirette di questo meccanismo, da tempo ipotizzato dagli astrofisici: adesso il Large Area Telescope a bordo di Fermi lo conferma migliorando quanto era già stato rivelato da un altro satellite fortemente connotato dalla partecipazione italiana, anzi esclusiva. Si tratta infatti del satellite dell’ASI AGILE, frutto della collaborazione con INAF e INFN. “E’ uno dei risultati più attesi ed importanti degli ultimi venti anni per la astrofisica delle alte energie e per la fisica astroparticellare – afferma Ronaldo Bellazzini coordinatore per l’INFN del gruppo di scienziati italiani di Fermi – Abbiamo ora l’evidenza diretta che la nostra galassia è popolata da una moltitudine di macchine acceleratrici in grado di portare i raggi cosmici ad energie cosi elevate che neppure potremmo immaginare di raggiungere con i nostri acceleratori terrestri. Queste ‘macchine’ cosmiche sono potenti laboratori per studiare fenomeni altrimenti inaccessibili con gli strumenti che l’uomo può pensare di costruire sulla terra”.

E’ una grande conferma della scoperta del satellite AGILE pubblicata l’anno scorso da Giuliani et al. di emissione gamma da pioni neutri prodotti da raggi cosmici accelerati nella supernova W44” sottolinea Marco Tavani, dell’INAF, Principal Investigator del satellite AGILE. “E’ un risultato di straordinaria importanza per la scienza italiana che segue la tradizione di Enrico Fermi. Sono sicuro che sarebbe contento di noi, se potesse vedere questi risultati che finalmente, dopo molti decenni sono arrivati“.

Conferma che appare in un altro studio sul numero settimanale di Science, ottenuta con lo strumento VIMOS installato sul VLT, il Very Large Telescope dell’ESO.


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