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Giovedì, Agosto 06, 2020
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Nuove sorprese dalla nebulosa del Granchio, l'acqua delle comete e l'ozono di Venere

La Nebulosa del Granchio non smette di sorprendere. Un gruppo di ricerca ha infatti annunciato di aver misurato un'emissione di radiazione gamma proveniente dal centro della nebulosa che supera il limite finora rintenuto invalicabile. La Nebulosa del Granchio si è formata dall'esplosione di una stella di grande massa, osservata a occhio nudo nel 1054. Al centro della nebulosa si trova una pulsar, una stella di neutroni in rapida rotazione su se stessa che emette radiazione.

Sino a valori superiori a quanto finora calcolato: la scoperta parla infatti di energie 50 miliardi di volte superiori a quelle della luce visibile emessa dal Sole.
Il commento di Alberto Pellizzoni, ricercatore dell'INAF - Osservatorio Astronomico di Cagliari specializzato nello studio delle pulsar, commenta la scoperta: "Ora sappiamo che i modelli utilizzati per descrivere l'emissione delle pulsar non vanno più bene perché non prevedevano questi valori. Può darsi che si tratti solo di una mezza rivoluzione, che basti cioé solo ricorrere a dei modelli aggiuntivi che vadano a migliorare quelli precedenti. Ma potrebbe anche essere una rivoluzione completa che implicaun ripartire daccapo nella ricostruzione dei meccanismi di emissione di questi oggetti così caratteristici".

UNA COMETA CON QUALCOSA DI FAMILIARE
Come tutte le comete, Hartley 2 è costituita per buona parte di ghiaccio ma nel suo caso si tratta di ghiaccio molto speciale. Secondo i recenti risultati ottenuti grazie all’osservatorio spaziale Herschel, che ha puntato l’attenzione su questo oggetto dalla forma allungata, la sua acqua ghiacciata avrebbe la stessa composizione di altra acqua, molto più vicina a noi: quella dei nostri oceani. Le stesse analisi sono state fatte su altre sei comete, ma senza trovare somiglianze così marcate. La scoperta fatta grazie a Herschel sottolinea ancora una volta come i nuclei cometari possano avere caratteristiche decisamente diverse gli uni dagli altri, ma ha implicazioni molto maggiori. Si tratta di un importante punto a favore della teoria che sostiene che l’acqua terrestre non sia stata, in un certo senso, “fatta in casa”, ma portata da comete come Hartley 2, circa 8 milioni di anni dopo che il nostro pianeta si era formato.


OZONO ANCHE PER VENERE
Anche nell’atmosfera di Venere c’è uno strato di ozono: rilevarlo è stato possibile grazie a uno degli strumenti a bordo della sonda Venus Express. Distribuito in uno strato molto più sottile e, in confronto, a un’altitudine superiore, rispetto al suo corrispettivo terrestre, l’ozono di Venere, analogamente a quello di Marte, non è prodotto da processi biologici (piante e batteri) come nel nostro caso, ma dall’azione della radiazione solare sull’anidride carbonica, anche questa presente in atmosfera. Con Venere ora sappiamo che sono tre i pianeti rocciosi del nostro Sistema ad avere questo ingrediente nel guscio di gas che li avvolge. Se qualcuno osservasse da lontano le atmosfere di Venere, Marte e Terra potrebbe sospettare la presenza di vita su quest’ultima proprio a partire dalle caratteristiche del suo strato di ozono. E noi potremmo, a partire da questi tre casi che possiamo studiare da vicino, trarre conclusioni analoghe nel momento in cui rilevassimo la presenza di questo gas intorno a un pianeta extrasolare di tipo roccioso.



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