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Venerdì, Settembre 18, 2020
News Astronomia Turismo spaziale a rischio, il colore dei pianeti e l'anello B di saturno

Il pianeta cometa, missione congiunta per Marte e il più potente raggio x registrato dal satellite Swift

Qualcuno lo ha definito il pianeta cometa, perché proprio come le comete possiede una coda. Il pianeta, di tipo gigante gassoso, orbita attorno a unastella distante da noi 150 anni luce ed era tenu...

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Dimostrata ufficialmente dagli scienziati l'interfaccia cervello-macchina per azione complesse

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Dopo innumerevoli imprevisti, ecco le prime spettacolari immagini dal telescopio VST sulle Ande del Cile. Il progetto è frutto della stretta collaborazione tra le principali industrie italiane del ...

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Turismo spaziale a rischio, il colore dei pianeti e l'anello B di saturno

Il turismo spaziale può nuocere gravemente alla salute, quella dell’intero pianeta. A lanciare l’allarme sono alcuni ricercatori della California: hanno simulato al computer il lancio in un anno di 1000 navette, più o meno il numero che potrebbero raggiungere le compagnie private nel 2020. E l’impatto ambientale che ne è risultato è preoccupante: un aumento della temperatura di un grado ai poli, quanto basta per provocare un pericoloso scioglimento dei ghiacci.

Responsabile sarebbe la fuligine prodotta dai motori delle navette, rilasciata a circa 40 chilometri di altezza: lassù non ci sono piogge a ripulire tutto, come invece avviene per quella emessa a quote molto più basse dai comuni aeroplani. E così la fuligine delle navette può rimanere in sospensione per oltre 10 anni, trattenendo il calore della luce solare e provocando un lieve aumento della temperatura che può portare allo scioglimento dei ghiacci.

Per la compagnia spaziale Xcor Aerospace la simulazione non è attendibile perché si basa sulle emissioni di motori vecchi e superati. Inoltre i dati sarebbero stati gonfiati. Ma anche nel dubbio su chi abbia ragione, e anche in presenza di emissioni minime, crediamo sia il caso di non inquinare affatto. Soprattutto perché parliamo di voli costosi, alla portata di pochi, e per di più solo a quote suborbitali. Cosa ci sia di spaziale in tutto questo ancora non lo abbiamo capito.


COLORI E PIANETI
Dimmi di che colore sei e ti svelerò la tua natura. Non è un test sulla personalità ma un nuovo modo per studiare e catalogare i pianeti. Il colore caratteristico di un pianeta, ovvero il modo in cui globalmente assorbe e riflette la luce della propria stella, permette di ricavare numerose informazioni sulla composizione della sua atmosfera o della sua stessa superficie. Perché allora non studiare un metodo per selezionare i pianeti a partire dalla loro colorazione? Ci ha pensato un gruppo di astronomi americani cominciando proprio dal Sistema solare: i pianeti sono stati “guardati” attraverso una opportuna combinazione di tre filtri colorati . I risultati sono stati rappresentati su un grafico e basta un’occhiata per vedere che c’è un solo caso che si isola da tutti gli altri, si tratta della Terra. Immaginiamo di essere degli alieni e di osservare i pianeti del Sistema solare con questo metodo: avremmo identificato subito l’unico mondo ospitale! L’idea è di applicare questa procedura agli altri sistemi planetari per andare a caccia di altre Terre o di possibili candidate ad esserlo. Per farlo però bisognerà aspettare di sviluppare tecnologie osservative sufficientemente potenti da permetterci di distinguere i colori dei singoli pianeti extrasolari.


UN ANELLO DA SPIEGARE
L’aspetto dell’anello B, la più vistosa fra le fasce di polvere e roccia che circondano Saturno, rappresenta da decenni un grosso punto di domanda. A cosa sono dovuti i numerosi solchi che lo fanno assomigliare a uno di quei vecchi dischi di vinile? Certo, la struttura degli anelli più esterni può risentire dell’influenza gravitazionale di lune grandi e piccole in orbita intorno a Saturno, ma questo fatto non dovrebbe riguardare il grande anello B. E infatti, stando a recenti analisi dei dati della sonda Cassini, i solchi che si osservano non sono dovuti a cause esterne. Sono il risultato di una ridistribuzione del materiale che compone l’anello stesso: c’è una tendenza naturale dei frammenti rocciosi di ammassarsi in fasce più dense, lasciando così delle zone più rarefatte, che sembrano dei solchi. Su scale completamente diverse e in linea del tutto generale, questa stessa tendenza ad ammassarsi si presenterebbe anche all’interno delle galassie a spirale e nei dischi di polvere e gas che circondano alcune stelle: un processo simile per scenari molto diversi.



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