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Mercoledì, Agosto 16, 2017
Civiltà Misteriose Alla ricerca della mitica El Dorado

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Alla ricerca della mitica El Dorado

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Alla ricerca della mitica El Dorado

Da quando è stata scoperta l'America la ricerca di El Dorado non si è mai fermata, ma cosa sappiamo di questa leggendaria città?

 

L'El Dorado (abbreviazione spagnola di El indio Dorado) è un luogo leggendario in cui vi sarebbero immense quantità di oro e pietre preziose, oltre a conoscenze esoteriche antichissime.

In questo luogo, situato al di là del mondo conosciuto, i bisogni materiali sono appagati e gli esseri umani vivono in pace tra loro godendo della vita. Spesso viene associato al paradiso terrestre o all'Eden situato agli antipodi.

In seguito alla scoperta europea delle Americhe il mito di un luogo leggendario e ricchissimo si rinforzò.


Gli indigeni americani, che facevano largo uso di monili in oro fecero pensare agli spagnoli di essere giunti vicino ad un luogo mitico ricco di oro dove i bisogni materiali fossero appagati. Uno dei primi spagnoli a cercare un luogo mitico fu Juan Ponce de Leon, che nel 1513 cercò in Florida la fonte dell'eterna giovinezza, leggenda che aveva le sue origine nel medievale Romanzo di Alessandro.

Hernán Cortés e Francisco Pizarro, nel conquistare gli imperi azteco e incas rispettivamente credettero di essere giunti in questo luogo leggendario ma poi la loro sete di potere e ricchezza li spinse a continuare la ricerca.

Furono proprio i tesori riportati in Spagna da questi conquistadores a spingere i banchieri Welser di Norimberga a farsi coinvolgere nella ricerca dell'Eldorado. I Welser avevano ottenuto dall'Imperatore Carlo V i diritti di sfruttamento delle risorse naturali della colonia del Venezuela, a garanzia del prestito di 141mila ducati, necessari a corrompere i Grandi Elettori che lo elessero Sacro Romano Imperatore.

Quando Sebastiano Caboto fu al comando, nel 1525, di una spedizione che aveva come scopo la ricerca del Birù (o Perù), i suoi luogotenenti, tra i quali Francisco Cesar, si inoltrarono nell'interno del Rio della Plata, e forse giunsero al confine dell'attuale Bolivia. Al loro ritorno si diffuse una leggenda, che narrava di una città ricchissima, pavimentata in oro, che loro non erano riusciti a vedere per pochissimo. Questa città fu chiamata "Ciudad de los Cesares". Pedro de Heredia depredò l'oro dei Sinù per lunghi anni e cercò una mitica miniera o città, che per lui era situata al confine tra l'attuale dipartimento di Córdoba e Antioquia (Colombia). Diego de Ordaz risalì il Rio Orinoco nel 1531 alla ricerca di una città d'oro, ma non la trovò, anche se alcuni indigeni gli dissero che più avanti nella selva vi era una montagna di smeraldo.

Tra i finanziatori della spedizione di Caboto del 1525 c'era anche Ambrosius Dalfinger da Ulma (1500-1533). Quando i Welser ottennero da Carlo V la concessione di sfruttamento mandarono Dalfinger a dirigere la colonia, col titolo di "Governatore delle isole di Venezuela". Questo perché i primi esploratori erano convinti che si trattasse di isole formanti un arcipelago, da cui anche il soprannome di Piccola Venezia, in spagnolo Venezuela. Dalfinger nei documenti spagnoli è chiamato Cinger o Alfinger, e i coloni lo soprannominarono per comodità Micer (messere) Ambrosio. Si stabilì a Coro, allora l'unico insediamento della colonia, e nel 1529 guidò una prima spedizione esplorativa verso il lago di Maracaibo. Qui, nei pressi della strozzatura che divide il lago dal golfo omonimo, fondò la città di Maracaibo e sul versante opposto la città di Nuova Ulma. Oggi la città è scomparsa ma il posto è chiamato Campo de Ambrosio. Dalle popolazioni rivierasche l'interprete e scrivano del gruppo Esteban Martín seppe che una popolazione dell'interno, che viveva sugli altipiani, usava l'oro come merce, in cambio del cotone grezzo, dei coralli, delle perle e delle conchiglie giganti che gli indigeni usavano come trombe cerimoniali. Inoltre il loro territorio era ricco di pietre verdi che gli spagnoli supposero correttamente fossero smeraldi. Martín confidò le proprie idee a Pedro Limpias, e pare sia stato proprio quest'ultimo, al ritorno a Coro, a diffondere le voci sul mitico regno dell'oro. Furono complessivamente cinque le spedizioni partite dal Venezuela alla ricerca del mitico regno dell'oro.

La prima, guidata come detto da Dalfinger, durò dall'agosto 1529 al 18 aprile 1530, quando i resti decimati della spedizione ritornarono a Coro. Dalfinger, debilitato e febbricitante, prima di imbarcarsi per Santo Domingo nominò provvisoriamente nel giugno 1530 Nicolaus Federmann il Giovane da Ulma (1506-1541) vicegovernatore, capitán general delle forze armate e alcalde mayor di Coro.

Antico manufatto ritenuto originario di El Dorado

Federmann, contravvenendo agli ordini di Dalfinger, che non gli aveva rivelato nulla del "regno dell'oro", allestì una propria spedizione di un centinaio di uomini. Versato nelle lettere, in italiano e spagnolo, fu autore di un saggio etnografico sulle popolazioni indigene conosciute durante il suo primo viaggio, di grande interesse dato che di quei popoli, sterminati di lì a poco, si conosce molto poco. Il saggio, Indianische Historia, Eine Schöne kurtz-weilige Historia fu pubblicato ad Hagenau nel 1557 dal cognato Hans Kiefhaber.

La prima spedizione Federmann durò dal 16 settembre 1530 al 17 marzo 1531, senza approdare a nulla. Dalfinger, ritornato a Coro, quando seppe che Federmann si era addentrato nell'interno abbandonando la colonia, lo esiliò dal Venezuela per quattro anni.

La seconda spedizione Dalfinger partì il 9 giugno 1531 da Coro e vi fece ritorno il 2 novembre 1533. Fu una delle più drammatiche, al termine della quale Dalfinger stesso morì, colpito da una freccia avvelenata.

Il suo posto fu preso da Georg Hohermuth da Spira (1508-1540), ribattezzato dagli spagnoli Jorge de Espira, inviato dai Welser alla testa di un gruppo di coloni formato da spagnoli e tedeschi, oltre ad alcuni fiamminghi, inglesi, scozzesi e italiani. Hohermuth organizzò una sua spedizione, forte di 500 uomini, partita nel giugno 1535 e terminata il 27 maggio 1538. Il diligente cronista di questa spedizione fu Philipp von Hutten, cugino del famoso poeta e umanista, il cavaliere Ulrich von Hutten. Gli esploratori percorsero ben 1500 miglia verso sud, raggiungendo il rio Guaviare presso l'odierna Bogotà, e passando molto vicino all'altopiano di Jerira abitato dalle tribù chibcha, all'origine della leggenda dell'Eldorado, ma senza trovare una via d'accesso. Anche questa spedizione, durante la quale morì il veterano Esteban Martín, che aveva partecipato a tutte le esplorazioni precedenti, si concluse in un disastro che costò trecento morti, tra cui Hohermuth stesso, che ricoverato a Santo Domingo non riuscì a riprendersi dalle traversie subite durante il viaggio.

Hohermuth, prima della partenza, terminati i quattro anni di esilio aveva permesso a Federmann di rientrare, dandogli l'incarico di esplorare le terre a ovest del lago di Maracaibo, per determinare i confini della concessione dei Welser e stabilirvi una fortezza. Federmann, dopo essersi scontrato con il governatore della colonia di Santa Marta, don Pedro Fernandez de Lugo, che rivendicò la giurisidizione sulle terre a ovest di Maracaibo, era tornato a Coro nel dicembre 1536. Convinto che Hohermuth fosse morto, nell'autunno 1537 ripartì alla ricerca personale della valle di Jerira, soprattutto dopo aver saputo che Gonzalo Jimenez de Quesada stava approntando a Santa Marta una grandiosa spedizione per trovare le terre dell'Eldorado. La seconda spedizione Federmann per poco non incrociò i superstiti del gruppo Hohermuth, convinti che Federmann si fosse mosso in loro soccorso, dopo che ebbero saputo del passaggio di un gruppo di conquistadores da parte degli indios. Lo sparuto gruppo era in realtà quanto rimasto della spedizione di Diego de Ordaz, che si riunì alla fine del 1537 con Federmann nei llanos tropicali. L'itinerario di Federmann si concluse nell'inverno 1539, con l'arrivo a Jerira, preceduto solo da poche settimane dalle spedizioni di Quesada e Belalcazar.

La leggenda dell'El Dorado era arrivata a un punto di svolta quando i conquistatori spagnoli Gonzalo Jiménez de Quesada e Sebastian de Belalcazar sentirono parlare di un capo indigeno che si immergeva in una laguna ricoperto di polvere d'oro e gettava delle offerte d'oro nelle profondità delle acque. Sarebbe stato proprio Belalcazar, sentendo nel 1536 il racconto di un mercante indigeno nativo di Llactalunga, a coniare per primo il termine "El indio Dorado", abbreviato in El Dorado, a indicare il sovrano indio coperto di polvere d'oro che gli era stato descritto.

La laguna in cui compiva le abluzioni rituali era la laguna di Guatavita, nelle vicinanze della attuale città di Bogotà, fondata da Quesada il 29 aprile 1539 con una breve cerimonia alla presenza degli altri due comandanti.

Caso unico nella storia, ben tre conquistadores erano giunti contemporaneamente e per vie diverse nello stesso luogo, attirati dalla chimera dell'oro. Quesada era giunto per primo da nord-ovest, Belalcazar da sud e infine Federmann da nord-est.

La civiltà che aveva dato origine alla leggenda dell'El Dorado era quella dei chibcha. Fu depredata da Quesada e non resse all'urto della conquista, estinguendosi nel giro di pochi decenni, tanto che ancor oggi il suo nome è poco noto e non viene mai annoverato tra le civiltà precolombiane travolte dal contatto con gli europei. Il clamoroso equivoco in cui incorsero i conquistadores a proposito dell'El Dorado è dovuto al fatto che i chibcha non possedevano oro in proprio, ma lo ricavavano a loro volta da traffici con le popolazioni finitime. Questo fece credere agli spagnoli che la "terra dell'oro" all'origine delle incredibili leggende fosse un'altra, e non quella che avevano scoperto e abbondantemente razziato. I chibcha possedevano invece miniere di sale e l'unico giacimento di smeraldi delle Americhe. L'oro, di origine alluvionale, abbondava lungo il corso del Cauca, e nella provincia dell'Ecuador settentrionale, al confine con la Colombia, chiamata Esmeraldas. Paradossalmente gli spagnoli chiamarono Esmeraldas la terra dove trovarono i primi smeraldi, provenienti dall'Eldorado, e chiamarono Eldorado la terra dove vi era l'oro proveniente dall'Esmeraldas!

Successivamente l'El Dorado fu cercato nelle profondità della selva amazzonica dall'esploratore estremegno Francisco de Orellana, ma non fu mai trovato.

La leggenda dell'El Dorado fu viva anche nell'America settentrionale, in quanto Francisco Vazquez de Coronado cercò a lungo le sette città di Cibola senza mai trovarle.

Nel 1560 il sanguinario Lope de Aguirre prese il comando, uccidendo Pedro de Ursúa, di una spedizione nella selva amazzonica, e si proclamò "Re dell'Amazzonia". La spedizione aveva come scopo la ricerca dell'El Dorado, ma finì tragicamente: Lope de Aguirre fu giustiziato in Venezuela.

Nel 2001 l'archeologo Mario Polia ha scoperto, negli archivi della Città del Vaticano delle lettere datate 1600 del missionario Andrea Lopez. Il missionario scriveva di una città ricchissima e nascosta nella selva a circa dieci giorni di cammino da Cuzco, vicino ad una cascata che veniva chiamata Paititi. Alcune teorie sostengono che il missionario abbia informato il Papa sulla ubicazione esatta della città, ma il Vaticano non abbia mai rivelato il segreto. Anche ultimamente vari archeologi e geografi ricercano resti di una civiltà antichissima nella selva peruviana. Uno di questi è il polacco Jacek Palkiewicz, nella sua spedizione del 2002. Nel 2006 lo statunitense Gregory Deyermenjian e il peruviano Paulino Mamani hanno intrapreso una spedizione nella selva di Pantiacolla (Amazzonia peruviana). In più, un' altra ipotesi sostiene che esistano molteplici città d'oro, anche se in luoghi diversi. Comunque, le registrazioni più comuni di esse sono situate in coordinate pari alle Ande centro settentrionali o addirittura nello Yucatan. Nel 2010 grazie allo studio di immagini satellitari e fotografie aeree è stata scoperta, al confine tra Brasile e Bolivia, una città subito additata come i resti di El Dorado.


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